di Luigi Scardigli

FIRENZE. Shakespeare non ha bisogno di ulteriori approfondimenti: è stato, e lo sarà per sempre, uno degli autori più impegnati e complessi del panorama drammaturgico e filosofico della scena cosmica. Lo si può mettere alla berlina, ci si può giocare, lo si può decomporre in mille rivoli teatrali, ma non lo si può interpretare, decifrare, soprattutto entrando in unica sintonia vocale con il testo, cervellotico alla nascita, dunque, difficilmente aggravabile, e farsi guidare, in mi minore (se così lo staff ha deciso di accordarsi), per tutta la durata del testo. Quelli dell’Archivio Zeta e Elsinor, che ieri sera, in prima nazionale, hanno portato in scena al Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci, a Firenze, il loro Macbeth - con il tempo a sostituire l’inesistenza del secondo elemento del dilemma -, dissentiranno profondamente.