di Luigi Scardigli

FIRENZE. Irriverenti, geniali, provocatori, scurrili, blasfemi. Sono due drag queen pentite, ricordano Charlie Chaplin e Michael Jackson, Ridolini e Buster Keaton, Antonio Albanese e Pina Bausch, Jacques Tati e Roberto Bolle, Totò e Lola, quella che corre, ma anche il Filippo Timi di Bambole, o i neologismi dialettali delle sorelle Macaluso, di Emma Dante. Insomma, straordinari. Vederli all’opera, Alfonso Barón e Luciano Rosso, è un piacere assoluto: rinfrancano lo spirito, allontano i pregiudizi, offrono su un vassoio, affatto prezioso, la loro danza, che è la mortificazione di quella che si ha in testa da bambini, divertono molto e si divertono da pazzi, rivendicando, con elegante orgoglio, il diritto all’omosessualità. Si amano, si cercano, si trovano e abbattono, in più di una circostanza, le elementari leggi della fisica e dell’aerodinamica. Sono in Italia per la prima volta; a Firenze, per l’esattezza, al teatro di Rifredi, nel dettaglio urbano, a dar spettacolo.