di Luigi Scardigli

PISTOIA. Non tutto quello che dicono arriva direttamente a destinazione. Parlano in francese e nonostante la lingua transalpina sia più familiare di molti altri idiomi europei, qualcosa, di Exil, non può che sfuggire. Ma non la sostanza, la poesia, il dolore, la visione futuristica, lo sguardo al passato, la solitudine, lo sconforto, l’idea di fratellanza. Anzi. Prima della rappresentazione, nella sala spettacoli del Funaro, a Pistoia, un’addetta ai lavori si offre, con dovizia e grazia, a tradurre, simultaneamente, quello che Sonia Wieder-Atherton, la regista-violoncellista (coadiuvata, nella costruzione dello spettacolo, da Sarah Koné), ha innescato nella sua miscela. Ci sono le persecuzioni storiche e bibliche, quelle sofferte realmente dai popoli e quelle dipinte sulle arcate dei battisteri, ma non sono delimitate, circoscritte, identificate: non siamo in nessun posto del mondo dove si calpestano diritti e sagome. Siamo. E basta, purtroppo.