di Luigi Scardigli

FIRENZE. È consigliabile, cari mariti, che la spesa andiate a farla voi, anche se siete stanchissimi; soprattutto se tra gli acquisti c’è il detergente. Sì, perché se la lista delle cose da comprare la prendono le vostri mogli e, per praticità, si servono al mercato cosmopolita, che è quello più vicino a casa, statene certi: una sera, rientrando dal lavoro, troverete la vostra metà avvinghiata a Yosip, un rozzo, ma fascinoso croato/balcanico. E non vi fate accecare dalla gelosia, non servirebbe a nulla: il ragazzo ha una sfilza di cugini incredibilmente somiglianti, che si chiamano, tra l’altro, tutti con lo stesso nome. La metafora sull’impossibilità culturale, prima ancora che etnica e fisica, di isolarsi in un angolo incontaminato dal resto del mondo, è paradossalmente, allegramente e cinicamente rappresentata da Angelo Savelli, che dirige Antonella Questa, Ciro Masella e Fulvio Cauteruccio in Alpenstock, scritta oltre dieci anni fa dal drammaturgo francese Rémi De Vos e portata in scena, dopo essere stata tradotta dalla protagonista, al Teatro di Rifredi, in prima nazionale, dal regista fiorentino.