di Luigi Scardigli

PRATO. Dove finisce il capolavoro e inizia il mistero, che tracima nell’irritazione? Le opere di Romeo Castellucci sono, sistematicamente, esposte a questi insindacabili, ma flessuosissimi, dualismi e Democracy in America (prodotto dalla sua Societas), in scena, in prima nazionale, al Metastasio di Prato, è una di queste, appartenente, con estrema disinvoltura, tanto al primo che al secondo gruppo di pensiero/giudizio. La trasposizione teatrale dell’opera sociologica di Alexis de Tocquevilley è molto libera, iper reale, drammatica nel suo aspetto caricaturale, sofisticamente comica e offre, al regista, scenografo, costumista e responsabile delle ombre, più che delle luci, Romeo Castellucci (solo le musiche sono curate da un estraneo, Scott Gibbons), ogni divagazione, rischiando - e questo è il suo più grande godimento -, puntualmente, di essere osannato tra i profeti o venir condannato a trascorrere il tempo, fino al successivo impianto teatrale, nel girone dei blasfemi.