PRATO. Un sobillatore. Un poeta. Saverio La Ruina è l’uno e l’altro, costantemente, continuamente, anche se il romanticismo prende puntualmente il sopravvento. Giusto così, del resto, visto e considerato che il giovanotto, in splendida forma, è un attore, uno di quelli che lascia il segno, che ti riaccompagna verso casa con la tragica tenera consapevolezza della solitudine, quella che accompagna ognuno di noi, quella che accompagna ogni essere umano specialmente quando imbocca la via del tramonto. Anche gli omosessuali, certo, perché anche un ricchione, un invertito, un frocio, chiamatelo come meglio potete dispregiarli, a una certa età, gestisce male quella che un tempo chiamava indipendenza. Il pretesto confessorio è incantevole, sublime, delicato, solitario, diretto, invernale, come per Walter Bonatti fu la parete nord del Cervino; in un cimitero, di fronte alla lapide della madre, alla quale non ha mai confessato la propria malattia, Saverio La Ruina racconta il proprio essere Masculu e fìammina (al Teatro Magnolfi, di Prato, che ospita un suo trittico) nel posto meno indicato, nel posto più sbagliato.