PRATO. Ribadiamo un concetto, che si racchiude in un aggettivo, precedentemente e orgogliosamente espresso da quando abbiamo avuto la fortuna e l’onore di imbatterci nel teatro di Saverio La Ruina: indispensabile. Nella dinamica, come nei contenuti, un laboratorio teatrale che si avvale, rapacemente, di parola, forma, luce, espressività, carica emozionale. Tutte cose diligentemente apprese alla Scuola di Teatro di Bologna, dove si è diplomato, certo, ma la palestra più grande e redditizia, per Saverio La Ruina è stata, lo deduciamo, non è scritto su alcun resoconto biografico, la terra, aspra, silenziosa, vendicativa e (im)memore della sua Castrovillari. Lo diciamo perché vederlo, per l’ennesima volta, all’opera (al Teatro Magnolfi di Prato, che gli ha dedicato un trittico; ieri sera, La borto), non possiamo in alcun modo sottrarci dalla sensazione che la sua prima professoressa sia stata una sua nonna o quella di un amichetto con il quale sarà cresciuto. Nella sua profondità, nella capacità d’immersione tra i meandri più occulti e sconfinati della paure e delle verità tenute per secoli a freno e sotto spirito, Saverio La Ruina estrae, come un solo un lungimirante ma infaticabile cercatore d’oro sa fare, l’essenza della materia, quella che viene asetticamente tramandata da generazioni e che ha trovato, nel suo teatro, un attento, rigoroso e tenerissimo interprete.