FIRENZE. Le letture collaterali che La meccanica dell’amore sfoggia con imponente disinvoltura, precedute e ribadite da altri spettacoli ai quali si può tranquillamente apparentare, sono molto importanti ai fini di un’analisi artistica complessiva. In primis, la solitudine, che perseguita inesorabilmente l’incedere del tempo e dell’età, seguita, come effetto collaterale, dall’indispensabilità di una qualsiasi compagnia e dalla spasmodica conservazione della memoria, degli oggetti, anche quelli non più utili ad alcuna causa, che a sua volta innesca un altro meccanismo, quello del riuso, del riciclaggio, fino ad arrivare all’atteggiamento che dovremmo quanto prima adottare tutti, se vogliamo salvarci: la decrescita. Ma Alessandro Riccio, che firma anche la regia e Gaia Nanni, i protagonisti di questa commedia che continua a registrare, ormai da cinque anni, gradimenti e pienoni, come sta succedendo al Teatro Reims di Firenze (si replica fino a domenica 18 marzo) arrivano diritti ai centri nervosi, e dunque a quelle delle sinapsi del divertimento, anche senza alcuna elucubrazione intellettuale, senza approfondimenti sovrastrutturali.