
PRATO. Veniva da Udine. Si chiamava Pasquale, don Pasquale. Era alto, vicino ai 190 centimetri; colto, elegante. La parrocchia di san Policarpo, a Cinecittà, periferia sud di Roma, reputò opportuno, poco dopo il suo arrivo nella canonica in pietra, affidargli la messa domenicale d’élite, quella delle 11. Se ne pentirono presto, i vertici ecclesiastici. La goccia che fece traboccare il vaso, che si colmò comunque nel giro di poche settimane, fu una sua omelia particolarmente vibrante dopo il famoso passo evangelico di Matteo: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Apostrofò, indicandole addirittura, alcune fedeli che si erano presentate in chiesa con costosissime pellicce. Don Sisto, il parroco, preoccupato del pericolo rosso, più che di un’emorragia di fedeli, si rimpossessò, immediatamente, della celebrazione delle 11, retrocedendo il giovane friulano a quella delle 9, popolata da frequentatori molto anziani o da giovani scalpitanti per andare quanto prima a giocare a pallone nel campo di terra attiguo, utenti questi che non avrebbero potuto, in alcun modo, restare irreparabilmente affascinati dai moniti del loro pastore.