
FIRENZE. La storia del piccolissimo siriano Alan Kurdi finisce nel settembre del 2015, su una spiaggia di Bodrum, in Turchia. La sua prima foto, e forse unica, gliel’ha scattata Nilufer Demir, la reporter che lo ha ritratto a pancia in giù, con il viso nella battigia, morto. Da allora, quel bambino e quell’immagine sono state, contemporaneamente, un veicolo, mostruoso, indifferentemente usato dalle coscienze e dalla demagogia. Giuliano Scarpinato ha provato – riuscendoci meravigliosamente – a tessere la storia di quello che non è stato e che non potrà mai essere ma che sarebbe potuto, solo se al padre di Alan, Abdullah Kurdi, il suo piccolo non gli fosse sfuggito dalle braccia durante una tempesta a mare aperto su un’imbarcazione di fortuna durante la migrazione verso la speranza. La rappresentazione, Alan e il mare, con la quale, meglio, il Teatro Mila Pieralli di Scandicci la stagione non avrebbe potuto chiuderla, è un concentrato senza soste, nitido, chiaro, efficace, poetico oltre ogni ragionevole sopportazione e oltremodo eloquente del teatro/studio, del teatro/denuncia, del nuovo teatro, quello che non ha alcuna voglia di morire,