PRATO. Chissà, a tournée terminata, dopo aver solcato l’Europa da Ovest a Est, cosa peserà di più, sulla bilancia dei contrappesi, se gli appalusi o i fischi. Certamente, Katie Mitchell e Alice Birch, regista e adattatrice di questa ulteriore trasposizione del romanzo di Marguerite Duras, La maladie de la mort, si fregano allegramente le mani, perché bene o male, per la gioia evangelica di San Pietro e quella laica di Napoleone, di questo traghettamento teatrale se ne sta parlando, e scrivendo, in abbondanza. Pensando a quello che abbiamo ricevuto, l’altra sera, al Fabbricone di Prato (si replica fino a venerdì 23 novembre, ore 20,45), crediamo di poterci porre, in elastica equidistanza, tanto dai fautori che dai detrattori. Lo schermo che sovrasta la scena è un privilegio cinematografico che riduce sensibilmente i decibel teatrali, difesi con onore, comunque, dai due protagonisti, Laetizia Dosch e Nick Fletcher, che parlano, seppur con il contagocce, in francese e traghettati con un filo di poetica seduzione fino alla comprensione immediata, senza letture, dalla cronista Jasmine Trinca, che ricorda, ai più attempati, la signora Longari il giovedì sera ai Telequiz.