
PISTOIA. I singhiozzi e le lacrime, impossibili da nascondere, di fine rappresentazione, riassumono probabilmente lo stato d’animo di tutti i protagonisti di Nora, e non solo di Tania Ferri, che piangeva a dirotto, a cui la regista Dora Donarelli ha deciso di affidare il ruolo della frustrata mattatrice. Perché Casa di bambola, di Henrik Ibsen, dramma introspettivo che affida ai protagonisti non solo e non tanto la partitura dei testi, quanto l’espressività, muta, dei rispettivi stati d’animo, non è certo un’opera facilmente traghettabile su un palcoscenico. Il benestante e viscido Torvald Helmer (Pino Capozza), infatti, si svela in tutta la sua meschinità solo un attimo prima del tragicomico epilogo; Nilse Krogstad (Marino Filippo Arrigoni), suo compagno di studi, a cui la vita ha decisamente riservato sorte meno benevola, riesce parzialmente a riabilitarsi solo dopo aver paventato e sfiorato il secondo e forse letale tracollo esistenziale; il dottor Rank (Riccardo Baldini), il medico di famiglia, quello di casa Helmer, confida all’amica Nora tutta la sua incondizionata e inconfessata passione solo in punto di morte, così come Cristina Linde (Simona Calvani), la vecchia amica ritrovata di Nora, che solo in prossimità dell’epilogo offre tutta la sua aggressività.