PRATO. Claustrofobico, dall’inizio alla fine, senza speranza. A poco e nulla serve l’improvvisa visita dell’amico/amante adolescenziale, l’arrivo della figlia e del genero detestato e la degna sepoltura del cane ammazzato a fucilate dal vicino. La famiglia matriarcale (il padre non è contemplato: è morto, probabilmente, o non è mai esistito) norvegese fotografata e condannata a vivere nel salone della casa con un’unica fonte di luce e contatto con il mondo rappresentata dal proiettore 5.000watt/ finestra è il prototipo ideale e disumano di globalizzazione che l’autore, Jon Fosse, un genio contemporaneo della drammaturgia, ha voluto offrire, con il suo Cani morti, nudo e crudo, dislessico, disgiunto e disarcionato, al teatro, affinché quest’ultimo se ne impossessasse per riciclarlo, così com’è nato, al pubblico. E il giovanissimo regista neodiplomato alla Silvio D’amico, Carmelo Alù, seppur figlio legittimo del beckettiano Massimiliano Civica, ha capito letteralmente, più che perfettamente, la lezione,