
PISTOIA. La longevità dei tormenti generazionali delle scritture di Anton Cechov sono stati sui palcoscenici di tutto il mondo e se dipendesse da Marco Sciaccaluga, regista di questa prima edizione de Il gabbiano ante censura zarista, tradotta da Danilo Macrì, prodotta dal Teatro Nazionale di Genova e in scena, oggi come ultima replica, 20 gennaio, alle 16, al Teatro Manzoni di Pistoia, ci resterebbero a lungo. La bravura, indiscriminata, trasversale, totale di tutti e undici i protagonisti addolcisce, da una parte, alzando il tono delle recriminazioni da un’altra, l’oggetto di questa riflessione. Solo uno stolto, ma incallito, eh, e per giunta presuntuoso (come lo sono gli idioti per antonomasia, del resto) stenterebbe a eleggere Cechov come uno dei momenti più importanti della drammaturgia mondiale di tutti i tempi, anche di quelli che verranno e che noi non potremo conoscere, ma in questo momento di passaggio teatrale generazionale, i vecchi classici da una parte, i giovani rampanti dall’altra, c’è urgente bisogno di un collant che non disperda il passato, lo conservi e lo sappia riciclare.