
FIRENZE. Da ottima e dotta teatrante quale è e che non ha alcuna intenzione di nascondere, per invocare un inevitabile ritorno alla civiltà femminile, più che matriarcale, Marta Cuscunà si è presa la licenza di rovistare tra gli annali storiografici delle civiltà ladine riportando in luce, oltre che liberarla dalla polvere, la leggenda del mito di Fanes, quella popolazione gemellata con le marmotte che vive nascosta tra i fondali del lago di Braies e la valle del Cadore, posti cari tanto al giornalista antropologo austriaco Karl Felix Wolff, a cui si deve la modernizzazione di quelle leggende sepolte in attesa di resurrezione, quanto a Walter Bonatti e Reinhold Messner, scalatori indefessi che con Dolasilla, figlia della regina che sposò uno straniero che la trasformò da umile ancella in indomita guerriera, gettando nel vortice dell’astio bellico la pacifica comunità di Fanes, hanno fatto i conti una vita intera, ogni volta che si sono avvicinati a una parete, ferrandola per i posteri dilettanti, o conquistandone le cime in religioso, ma laico, silenzio.