PISTOIA. Serata difficile, onestamente e oggettivamente, con tutto il fascino che si deve e si è portato dietro, quella con la quale Il Funaro, una delle cose più belle capitate a Pistoia da quando è diventata Provincia, ha deciso di chiudere la stagione (che ha messo in mostra, come succede da quando è nata, cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare): la lectio magistralis di Piergiorgio Giacché, antropologo dello spettacolo, uno dei pochi estimatori di un filosofo che continua a subire l’ostracismo collettivo e inconsapevole delle masse, Aldo Capitini. E dire che all’inizio della rappresentazione eravamo convinti che la serata avrebbe avuto un andamento jazz, visto e considerato che il vate perugino che ci ha condotto per mano dal suo padre spirituale ha deciso di presentarsi al pubblico di spalle, stile Miles Davis. Che ci fossimo sbagliati lo abbiamo capito subito, però. Lo stare in piedi, davanti a un leggio nascosto dal corpo, sciorinando alcune note autobiografiche di uno dei più incisivi educatori antifascisti e nonviolenti d’Italia, è stato solo un encomiabile segno di rispetto, che qualsiasi nano farebbe bene ad avere nei confronti di un gigante come lui.