di Raffaele Ferro

PISTOIA. Sipario: scena in ombra - di spalle un gruppo di musicisti; banda di paese. Suonano Gioacchino Rossini di fronte al maestro. Il Carabiniere in divisa, impettito, sul podio, è l’unico a essere illuminato. Andrea Rossini (caso vuole l'omonimia) che interpreta il Maresciallo, nei camerini dopo lo spettacolo mi dice che sostanzialmente, stare sempre impettito, quasi immobile, in un ruolo con poche battute, è tutt'altro che semplice. È vero: Allegretto (perbene ma non troppo) non è uno spettacolo qualunque, la sceneggiatura di Ugo Chiti lo ha previsto, scritto e organizzato. Una storia semplice, banale, come mi dice il regista dopo lo spettacolo; una serie di scompartimenti, la divisione e la giustapposizione delle scene, delle gabbie. Si perché i personaggi lo sono, ingabbiati in quello che è un essere, un trovarsi (come nel ventennio fascista per molti fu) ingabbiati, se non proprio imbavagliati, in un personaggio. De resto, ribadisce il regista, è la stessa banalità del Male di cui Anna Arendt ne ha delineato i profili, quella dei nazisti, quella della fredda e cinica azione di chi ha deportato e sterminato milioni di innocenti, in cui si struttura la vicenda. In Allegretto si parla del nostro territorio, di un piccolo paese di provincia e di un fatto triste, crudo e scomodo. Qui, sul filo del discorso, fatto con gli attori e col regista, prima dell'inizio, si cerca di inquadrare la storia.