PISTOIA. Ricorda, ma non è certo un caso, tutti i cantastorie semiseri, tragicomici, della lunga e forbita storia del cantautorato impegnato, ma non troppo, che l’hanno preceduto. Ascoltarlo e vederlo all’opera, anche se si conoscono, a mente, i suoi pezzi, i suoi lazzi e le sue smorfie, è sempre un piacere, perché Francesco Bottai (foto Lorenzo Gori, ma non quello de Il Tirreno, eh), la metà sopravvissuta agli eventi dei Gatti Mézzi, gode si simpatia connaturata, biochimica, inevitabile. Anche quando stornella, tra il blues dei primordi e il rock intimista dei miglior crooner, pezzi tristi, la vena di leggera e ilare inesorabilità prende puntualmente il sopravvento e alla fine dello spettacolo, quando ci si congeda dalla sala, si ha sempre l’impressione che si sia fatto bene ad andare a sentirlo un’altra volta. Se poi a invitarlo sono gli Omini nella loro Segheria, il senso di soddisfazione è doppio, perché quella sala di produzione autogestita, che riproduce artigianalmente e in miniatura i foyer e le sale teatrali di contesti più accreditati e sovvenzionati, sono di quanto più coraggioso e incoraggiante ci sia in circolazione.