FIRENZE. È la sua ultima opera, l’unica incompiuta. Un segno, un presagio, forse, che I giganti della montagna sia stata consegnata ai posteri senza un finale; perché a quello, forse, Luigi Pirandello, avrebbe voluto che ci pensassimo noi. Non è andata così e se piove di quel che tuona c’è poco da essere ottimisti. Anche il vecchio Gabriele Lavia, impeccabile e monumentale direttore d’orchestra, oltre a uno scenografo di rara maestria come Alessandro Camera e visti i budget di cui può disporre e attorno ai quali può impreziosire le sue visioni, potrebbe e dovrebbe chiamare a sé uno stuolo di comprimari eccellenti e coraggiosi come lui e perché no, da impareggiabile musicista qual è, farsi dirigere. Il resto, è tutto noto: dalle visioni e la magie del disilluso Cotrone, alla smania di Ilse (Federica Di Martino), la scena tetra e spettrale della fatiscenza di questo teatro abbandonato e ormai a pezzi fa da contraltare alla luminosità e all’energia della compagnia degli Scalognati, irriverenti clown che temono, come le scimmie di Stanley Kubrick, l’approssimarsi dell’Odissea, di questi giganti che scendono dalla montagna e che passano, come un raid di supersonici Mig, sulla testa di questi poveri e spiantati sopravvissuti, ignari che fuori, il mondo, si sia da tempo orientato altrove e che la poesia che li nutre senza cibi e bevande basti solo a loro e a nessun altro.