
PRATO. La cosa più originale è la canzone che chiude la rappresentazione, con un Tiziano Ferro sontuoso. Il resto de Il gabbiano è tutto già visto, anche se il secondo atto (nel primo no, purtroppo) della giovane Giulia Mazzarino merita attenzione, non solo per le lacrime versate, vere, sofferte, di totale immedesimazione, scorte agli applausi finali, con il rigo del rimmel lungo la guancia. Licia Lanera, regista e protagonista di questa trasposizione teatrale cechoviana (al Metastasio di Prato, che coproduce lo spettacolo; ultima replica oggi pomeriggio, domenica 15 dicembre), con la Medusa a tinta unita tatuata su una spalla e vari scarabocchi multicolor sull’avambraccio dell’altro braccio, gioca sul sicuro e imbastisce una rilettura che non scontenta nessuno; con Anton Cechov, del resto, succede così, in particolar modo ne Il gabbiano, con il quale tutti vogliono misurarsi, anche se poi nessuno osa scarnificarlo; quest’ultima operazione richiede tempo e lavoro, meglio accontentarsi di piccoli accorgimenti scenografici, a tutto il resto c’ha già pensato lui, il drammaturgo russo, che aveva già intravisto la decadenza umana, non solo quella che popola la provincia.