di Erika Giansanti

PRATO. La scena asciutta e colorata; scomponibile e mobile, perfetta per adattarsi ai continui, convulsi andirivieni di Antonio Rezza (non più solo in scena) e dei suoi gregari (Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara Perrini, Enzo di Norscia) che si accorpano e disgregano come una dea Kalì dalle molte braccia, gambe, muscoli. E natiche. Voci che si intersecano pur restando parallele, senza mai ascoltarsi, senza rispondersi; i parametri della comunicazione perduti nella frenesia di un’esistenza assurda in cui tutto è già stato esperito, spiegato, dimostrato e ascoltato. Fino a decomporsi, come l’habitat - chiama così le sue scene Flavia Mastrella -: uno spazio apparentemente bidimensionale, eppure versatile e pronto a disgregarsi, nello scorrere serrato di domande con ormai troppe risposte che sembrano annullarsi l’un l’altra. C’è il tutto e il nulla in Anelante, in questa messinscena andata in onda sul palco del Fabbricone, di Prato, subito dopo l’altra rappresentazione RezzaMastrella targata 7-14-21-28. E si ride. Del tutto e del nulla.